Tappa 05 - La chiesa
La chiesa di S. Michele Arcangelo non era la chiesa degli abitanti del castello, ma del castellare, cioè dell’area che era di dominio del castello. Infatti la facciata non era rivolta verso il castello, ma con l’ingresso in un vicolo che la separava dal palazzo che fu dei Belanzoni, dei Fabbri e più recentemente dei Mulazzani; l’attuale facciata era il suo lato destro. Leonardo Moretti sottolinea la particolarità della collocazione di questa chiesa: costruita per il castellare ma praticamente addossata al castello, a meno di quattrocento metri dalla chiesa principale degli abitanti, quella di San Salvatore di cui si parlerà nella tappa 10: un caso piuttosto raro.
La chiesa originaria quattrocentesca era di forma rettangolare, aveva le pareti affrescate, le sepolture al suo interno e il suo piccolo cimitero; l’altare maggiore era in una nicchia che ancora oggi si trova nel palazzo attiguo e fa da quinta ad una delle camere. La lapide che si trova a destra dell’ingresso della chiesa attesta che la famiglia Belenzoni aveva accordato il passaggio interno alla chiesa quando i due edifici sono stati uniti.
La chiesa come oggi la vediamo viene progettata nel 1807 da Gaetano Sabbatini di Urbino, costruita con materiali derivati da varie demolizioni, fondi di famiglia di don Giuseppe Belanzoni che ne ha voluto la ristrutturazione e consacrata nel 1823. Il suo stile è completamente diverso dall’originaria: classicheggiante, con tre altari in stucco e un dipinto di S. Michele Arcangelo attribuito a Claudio Ridolfi.
La devozione non era solo formale: intorno alla chiesa e ai parroci ruotava la vita del paese e delle persone.
Nella processione della seconda metà di maggio Talacchio e Montegridolfo si muovevano insieme, con la banda che accompagnava. Era necessario guadare il fiume Foglia sopra dei birocci legati insieme che venivano preparati la sera prima; a volte l’acqua copriva il mozzo delle ruote e il rischio di cadere scatenava un po’ di paura: ma uomini robusti erano disposti proprio ad aiutare bambini e donne.
Il campanile venne costruito a metà del 1600 e le campane raccolte dalle chiese demolite. Le campane segnavano non solo il tempo ma anche gli accadimenti; ancora oggi un decesso viene immediatamente segnalato dal rintocco delle campane a morto. Con tutte e tre le campane si suonava il doppio, con la grossa la scuola, il mezzogiorno, l’Ave Maria e l’ora di notte. La seconda suonava l’angelo: avvertiva cioè che era morto un bambino o un adolescente. Suonare le campane era un compito importante. il campanaro di cui ricorda Gabriella Arceci Testasecca beveva ogni mattino un bicchierino che lo aiutava ad diffondere per l’area un suono più allegro.
La festa più grande legata alla chiesa era quella della Pasqua che a Talacchio finiva il martedì: un evento che vedeva tutti impegnati fin dalla settimana precedente, perché le case andavano pulite a fondo, messe in ordine, abiti nuovi venivano preparati dalle sarte. In quel martedì di Pasqua le campane suonavano festose, le funzioni si susseguivano fino al pomeriggio: era un sollievo dopo che erano rimaste legate e non avevano allietato la vita quotidiana. Infatti il venerdi della Settimana Santa le campane tacevano: il sagrestano che per quella circostanza saltava la sbornia e diceva una bestemmia in meno, saliva sulla cella campanaria e tirava su le corde legandole alle stanghe.
Quando le campane suonavano di nuovo alla fine della funzione pasquale la gente usciva dalla messa e andava a bagnarsi gli occhi in segno di devozione nella fontana della piazza: chi era primo aveva la certezza che l’intero anno gli occhi avrebbero visto anche di notte, come quelli dei gatti, e che nessuna malattia avrebbe turbato la gioia di quel giorno.
La festa si svolgeva nella piazzetta: le bancarelle con bamboline ad 1 lira, i pifferi, lo zucchero filato e Cartoceti con i suoi lupini , di cui si parlerà nella tappa 13. il pranzo preparato con cura offriva cappelletti, lesso, zuppa inglese, crescia e buon vino, e poi la passeggiata in paese faceva sperare alle ragazze di trovare il fidanzato; a fine giornata il teatrino parrocchiale presentava le recite dei ragazzi e delle ragazze (ben divisi!): un momento sempre di grande successo e di raccolta di fondi che poi sarebbero stati usati per una gita.